
Scegli
l’uomo
senza mutande.

Scegli
l’uomo
senza mutande.

Ettore.
Canicola antartica.
Antiche menti. Sospiri.
Raggiri.
E poi ancora raggiri.
Raggirissimi.
Girini girano girandole scomposte dell’unzione, dell’uncino, dell’undici indicibile.
Ho come una sensazione.
Sensazionalismo.
Civetteria della stampa corrotta.
Cerchioni sotto i mari.
Ora ho tempo di decidere.
Pondero.
Cum grano salis.

Una montagnetta si staglia come una piramide di vuoto.
Divoro la mia vetta invertita.
Come godo.
Non so più di saperlo.
Assaporo l’istante.
Che chiasso.
Il rumore si frange in me come una cometa d’autunno.
Foglie rotte.
Magmi di una vita che fugge.
Ma non mi scotto.
—
Clicca qui per sopportarmi.

La zampogna suona la luna.
Il cerbiatto scava la saetta.
Il nevischio arrugginisce le biglie.
La zuppa si raffredda.

delirio onnipotente,
tremula fiammella.
primula.
fiala che si riversa in me, nel riverbero del gatto

Non sapevo di, aver potuto toccarlo, quel sogno, quel pensiero-ombra, andai, vidi, vissi, nella mia,
che giorno era? — che era era? orario
indefinito,
colori spenti, ed ancora per
noi coloravamo i muri,
forchette tra,
prominenti
.Tra tram,

In alto nel cielo grrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr
rrrrrigio,
si protendono con i loro ciuffi belli,
simili alle creste dei punk d’Asia,
questi miracoli respiranti,
questi gioielli grossi come bocche di fuoco brutto

navigavo nelle acque rotte.
perduta la rotta.
ero un rottame, un amen.
ero un rigo mai scritto per sempre.
ero nebbia ed oscurità.
prima del grande salto.

fra le
frammentazioni di un mondo che colava acido
stancamente come un mulo di seta ardita e lattiginosa
mi divincolavo nella morsa dei lenzuoli sfilacciati in menopausa fra le macchie di sangue dell’ennesimo litigio.
l’epistassi copiosa del drago mi abbacinò per lunghi istanti
e dai pertugi delle narici potevo osservare
l’andirivieni delle figure magnetiche attaccate al frigorifero
mentre annose domande friggevano a fuoco lento la mia mente.
dove stavo andando?
le mie setole iniziarono a pungere con effimera efferatezza la galassia nera delle tue ciglia senza volto avvolte da un panno madido di sudore:
dov’eri?
inesorabilmente
il soffio vitale delle tue membra
si dilatò su di me.

Dopo perenni peregrinazioni mi ritrovai avvolto in un manto stellare
incrinato dalle cancrene.
Sotto alle unghie un pullulare di segmenti senza fine.
Scoccarono le campane. Tremò la terra.
Nessuno si accorse di nulla.
Nessuno percepì la fiamma.
L’incendio divampò ovunque.
Rapidamente.
Il treno deragliò. Tremebondo.
In fondo al fosso, esangue e con le viscere strabuzzate:
—
Siamo legna da ardere.
Siamo catene.
—
Mi aggrappai al ramo. Vacillante.
Scorze di limone, profumo di primavera mentre il mondo muore.
E alle mie spalle la luce.

Non avevo in mente nient’altro che briciole.
I miei cervelli erano pieni di banchetti.
(In un angolo polveroso sentii la sua voce stridere).
Spazzai via ogni cosa.
Persino la mia pelle finì col staccarsi dalle mie bocche.
Mi cucii addosso nuove verità.
Ero un fossile futuro, levigato come un’arma inerme.
Un soffio sollevò la polvere e respirai i miei stessi vapori.
Mi legai alle gambe della sirena.
Potevo spezzarmi le ossa, ora io potevo essere liquido come la lava
e polverizzare l’universo.
Decisi di schiacciarlo con tutta la mia forza.
La mia testa era ormai lo scheletro di un pappagallo.
Ripetevo a stento le mie parole.
Evaporai.

La consunta forma del mare
come la lingua biforcuta del serpente
sibila ingiurie
alle stelle.

La volta celeste aspersa dal geroglifico lento ansimare dell’acqua.

i cavernosi fuochi fatui
risuonano come civette
nelle brughiere
in fermentazione

Un’ombra fuggevole e felina
come un minerale fuso dal calore della luna
s’inabissa
nei catrami
di auto bruciate
oltre il recinto

Siamo in pieno Agosto e le vie delle grandi città si svuotano sempre di più.
E’ incredibile constatare quanto spazio ci sia sempre stato, è così tanto che non si sa più dove metterlo.
Anch’io, svuotato da queste vie, sono tutto vuoto.

Bisogna sempre voler essere nel posto in cui si è

Laceranti lacerti in coacervi scevri e vergini vertigini intingimi

Dai coaguli dell’Eternità stillano (come se nulla fosse)
germogli di periture primule nere.

Quando l’enigma della Sfinge ti stritola l’anima ed
ogni ferita perde fumo come un camino arrugginito
scaglia la prima pietra.