
navigavo nelle acque rotte.
perduta la rotta.
ero un rottame, un amen.
ero un rigo mai scritto per sempre.
ero nebbia ed oscurità.
prima del grande salto.

navigavo nelle acque rotte.
perduta la rotta.
ero un rottame, un amen.
ero un rigo mai scritto per sempre.
ero nebbia ed oscurità.
prima del grande salto.

Sono il tenebroso rigagnolo del nulla e m’insinuo nelle crepe bacate di muraglie spettrali.
Sono il mantello del Caos in espansione su strade e autostrade.
Nella quiete.

fra le
frammentazioni di un mondo che colava acido
stancamente come un mulo di seta ardita e lattiginosa
mi divincolavo nella morsa dei lenzuoli sfilacciati in menopausa fra le macchie di sangue dell’ennesimo litigio.
l’epistassi copiosa del drago mi abbacinò per lunghi istanti
e dai pertugi delle narici potevo osservare
l’andirivieni delle figure magnetiche attaccate al frigorifero
mentre annose domande friggevano a fuoco lento la mia mente.
dove stavo andando?
le mie setole iniziarono a pungere con effimera efferatezza la galassia nera delle tue ciglia senza volto avvolte da un panno madido di sudore:
dov’eri?
inesorabilmente
il soffio vitale delle tue membra
si dilatò su di me.

nelle crepe.

Dopo perenni peregrinazioni mi ritrovai avvolto in un manto stellare
incrinato dalle cancrene.
Sotto alle unghie un pullulare di segmenti senza fine.
Scoccarono le campane. Tremò la terra.
Nessuno si accorse di nulla.
Nessuno percepì la fiamma.
L’incendio divampò ovunque.
Rapidamente.
Il treno deragliò. Tremebondo.
In fondo al fosso, esangue e con le viscere strabuzzate:
—
Siamo legna da ardere.
Siamo catene.
—
Mi aggrappai al ramo. Vacillante.
Scorze di limone, profumo di primavera mentre il mondo muore.
E alle mie spalle la luce.

Non avevo in mente nient’altro che briciole.
I miei cervelli erano pieni di banchetti.
(In un angolo polveroso sentii la sua voce stridere).
Spazzai via ogni cosa.
Persino la mia pelle finì col staccarsi dalle mie bocche.
Mi cucii addosso nuove verità.
Ero un fossile futuro, levigato come un’arma inerme.
Un soffio sollevò la polvere e respirai i miei stessi vapori.
Mi legai alle gambe della sirena.
Potevo spezzarmi le ossa, ora io potevo essere liquido come la lava
e polverizzare l’universo.
Decisi di schiacciarlo con tutta la mia forza.
La mia testa era ormai lo scheletro di un pappagallo.
Ripetevo a stento le mie parole.
Evaporai.

La consunta forma del mare
come la lingua biforcuta del serpente
sibila ingiurie
alle stelle.

La volta celeste aspersa dal geroglifico lento ansimare dell’acqua.

i cavernosi fuochi fatui
risuonano come civette
nelle brughiere
in fermentazione

Un’ombra fuggevole e felina
come un minerale fuso dal calore della luna
s’inabissa
nei catrami
di auto bruciate
oltre il recinto

Toda mi luz se libera en el verde de la pared cuando sale el sol

Strisciante d’inedia precipita nel fulminante nulla.
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dolcificante deserta distesa di dune
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Dal mio giaciglio di stellemi protendo a ritroso nel temposulla succursale amorosache sbatte sul grasso blu atroce cielo

Laceranti lacerti in coacervi scevri e vergini vertigini intingimi

Dai coaguli dell’Eternità stillano (come se nulla fosse)
germogli di periture primule nere.

E’ bello camminare quando la città sembra uno spettro che ti insegue e le ombre si perdono nelle luci spente dalla nebbia

Estroflessione dell’amata:
evento improvviso in cui dopo lungo rimunginare l’eggregora solidificata della persona amata si distacca
dall’orbita del pensiero al sopraggiungere di una nuova onda.
I solchi ormai vuoti della sua attrazione proietteranno sull’alba scintille colorate.

Tutta la caligine in un battibaleno si dissolve.
Qualcuno ha schiacciato una stella sul marciapiede.
Segui le mie impronte.
Cari lettori, oggi pubblico una poesia vergata insieme all’amico Chãrdeul.
Forse vi sembrerà un testo un po’ negativo ma è solo perché vivevamo un momento intriso di pene da cui eravamo turbati.
In realtà siamo da sempre innamorati di questa meravigliosa città ricolma di bellezze, storia e calorosa ospitalità.
Brutta Bergamo
mi fai rabbia così
deposta che mi fa
sudar rabbia
E nel sudore mentale
sconfino sui suoi petali arrugginiti
Lavabo perso e perduto e mi sforzo
come per annuire
ma la morsa
del ragno urbano
m’esce da te
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